Un frate in Egitto per imparare l’arabo e altro ancora

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La moschea Al Kakim, vicina alla sede della scuola.
Il sito offre ai visitatori alcune testimonianze, riflessioni, cronache ecc. di fra LUCA REFATTI, un nostro frate studente del convento di Bologna, che ha vissuto in Egitto a Il Cairo presso il Convento nonché Centro di Studi dei Domenicani della Provincia di Francia per più di quattro mesi durante il trascorso anno scolastico.
Durante questi mesi, oltre che a vivere in un mondo differente dal nostro, fra Luca ha seguito regolari corsi di lingua araba. Le fotografie, non eccelse dal punto di vista tecnico ed estetico, sono però originali, “fatte in casa”, e possono anch’esse condurre il visitatore verso un mondo che ci è in parte estraneo ma anche in parte simile in quanto riproduce modelli di vita e di relazione imposti da una tecnica e da una cultura che tendono a divenire sempre più globalizzanti.
P. Riccardo Barile o.p.

Alla scoperta dell’Islam

Da fine marzo a fine luglio ho vissuto nel convento domenicano del Cairo allo scopo di imparare l’arabo e di iniziarmi alla conoscenza dell’Islam.

Avvicinarsi all’Islam non è sicuramente cosa facile, è un percorso irto di ostacoli, il primo dei quali è sicuramente la lingua. L’arabo non è la lingua di tutti i musulmani – probabilmente la maggioranza non lo parla affatto – però è la lingua del Corano, della Sunna e dei più importanti commentari, delle opere teologiche e canoniche classiche. Conoscerlo è quindi tanto importante, quanto impegnativo.

Il vocabolario, ad esempio, non è indoeuropeo e sono poche le parole imparentate al latino o al greco o al tedesco. Inoltre è ricchissimo, comprendendo diversi sinonimi per lo stesso concetto. Due sono le parole che ho imparato per dire “zanzara”, altrettante per dire “coda”. Molte lettere sono sconosciute all’orecchio europeo, introducendo sonorità inaudite come la “ain” – una lettera che riproduce il verso del cammello – e distinzioni quasi impercettibili tra diversi tipi di “h” o di “z”.

La scrittura non è vocalizzata e la lettura delle vocali varia a seconda dalla posizione grammaticale della parola. I plurali sono irregolari.

Dulcis in fundo, la gente comune parla dialetti tra loro molto differenti, mentre i giornali, la letteratura e molti programmi televisivi sono in arabo classico, diverso a sua volta dall’arabo del Corano.

Bab El Nasr (porta della vittoria), vicino alla sede della scuola.

Un secondo ostacolo che si può incontrare cominciando a studiare l’Islam è più sottile e più pericoloso delle difficoltà linguistiche e consiste nel cercarvi ciò che già si conosce.Per lo studente occidentale il rischio è di scambiare l’Islam per un cristianesimo in babbucce e gilbab, con Mohammed al posto di Cristo e il Corano invece del Vangelo; e dopo aver cercato profondi trattati di spiritualità o di esegesi, rimanere delusi per non averli trovati.

Si finisce così per odiare o disprezzare l’oggetto del proprio studio.

Con la scuola in visita alla cittadella di Mohammed Alì / con un gruppo di studenti di architettura. Si notino le giovani ragazze velate: questo secondo la tradizione. Ma si noti la presenza delle stesse ragazze in modo disinvolto in un gruppo promiscuo: e questo non è più secondo la tradizione. Dunque i compromessi con “i tempi che corrono” sono attivi non solo in casa cristiana e cattolica… (N.d.R.).

Penso che sia molto importante accostarsi ad un mondo nuovo rispettandone l’alterità, liberandosi da pregiudizi e schemi interpretativi preconfezionati e abituali. Sarà, allora, affascinante addentrarsi nel territorio sconosciuto di una relazione tra uomo e Dio così differente da quello a cui siamo abituati.

 

Una precondizione per studiare qualsiasi cosa è nutrire un certo amore, o per lo meno, una certa simpatia verso l’oggetto del proprio studio.

Le terribili notizie che vengono in questi giorni dal medio oriente sono forse l’ostacolo più formidabile per chi desidera conoscere l’Islam. L’immagine che ne emerge è quella di una religione sanguinaria e spietata, inevitabilmente “nemica”.

Andare a vivere per qualche mese al Cairo e conoscere tanti musulmani è stato per me un utilissimo antidoto alla tentazione di ridurre tutto l’Islam alla truculenta versione che ne sta dando lo Stato Islamico.

L’immancabile narghilè.

Ho preso coscienza delle differenze – spesso notevolissime – che dividono i musulmani rispetto al modo di concepire la loro fede. Sono rimasto stupito dall’interesse che musulmani devoti nutrivano verso il cristianesimo e dal rispetto che mi portavano quando scoprivano che ero un rahib, un frate. Moltissime sono state le occasioni di discutere fraternamente delle rispettive fedi e moltissime sono state le domande a cui ho potuto rispondere.

 

Fra Luca con p. Platti op e due amici nel deserto del Fayoum.

Mi sono fatto un punto d’onore nel ricordare a tutti, una volta tornato a casa, che le vittime della guerra in Iraq non sono soltanto cristiane, ma anche e soprattutto musulmane, che gli sciiti stanno subendo una sorte perfino peggiore di quella dei cristiani e che non è giusto contingentare il nostro dolore e il nostro scandalo a seconda del credo delle vittime. Musulmani e cristiani sono fuggiti insieme da Mosul.

Indignarci solo per i cristiani significa entrare nella medesima logica discriminatoria e intollerante dei mujahidin islamici.

Ciò non significa ignorare i problemi, far finta che attualmente non esista una questione islamica sulla tolleranza delle minoranze religiose o che differenti interpretazioni del Corano, alcune delle quali inaccettabili alla luce della ragione naturale e dei diritti dell’uomo, non siano possibili.

Ma significa anche sforzarsi di comprendere l’Islam nelle sue mille sfaccettature e differenze, nel suo contesto storico e geopolitico, nel suo sviluppo teologico, dentro e fuori dal mondo arabo, nelle persone concrete che lo incarnano e lo vivono.

Fra Luca Refatti o.p.

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